| Jimmy «Voglio tornare bambino, perché le ginocchia sbucciate fanno meno male dei cuori infranti». (Jimmy Cruz – Jim Morrison) 7.59 8.00 La sveglia suonò insistentemente. Jimmy si rigirò nel freddo letto di metallo; uno spiraglio di luce briosa colpì le sue palpebre e fu costretto ad aprire gli occhi. La camera era, come al solito, sottosopra. Ma lui non se ne curava. Nessuno si curava di cambiare le lenzuola, o di lavare i panni, o ancora di rimettere a posto quel caos. Era una delle poche stanzette striminzite presenti in casa, e, essendo in tanti, doveva condividerla anche con i suoi fratelli e le sue sorelle minori. Il sole non illuminava completamente il locale, colpevole una maglia arrivata chissà come sulla minuscola finestra. Gli altri letti erano sfatti e un delizioso odorino di uova e pancetta gli fece capire che era ormai l'unico della famiglia ancora sotto le coperte. Il fastidioso aggeggio metallico non ne voleva sapere di smetterla, così, chiusa la mano a mo' di pugno, Jim sferrò un potente colpo alla sveglia il cui suono morì all'istante. Neanche al fragile mobiletto andò meglio; parte di esso cedette e alcune schegge di legno caddero a terra. Non immaginava come avrebbe reagito la madre, che per comprare quella roba scadente di fatica ne doveva fare, ma lui era soddisfatto della sua forza che cresceva giorno dopo giorno. Con un calcio allontanò le coperte e si alzò, ben attento a non poggiare i piedi sulle schegge. La sorella più piccola, Grace, irruppe nella stanza. «Jim, mamma dice che è tardi e che devi andare a scuola». Jimmy sbuffò sonoramente. «Dì a quella là che sono ancora in mutande». «Quella là ha un nome e ti ordina di portare quelle chiappe a studiare!», la madre era appena comparsa dietro la ragazzina, armata di matterello. Lei lo usava spesso per minacciare i suoi figli, e Jim ricordò con un sorriso quando, da bambino, lo rincorreva per qualche bricconata o delle caramelle rubate. «Sì, un attimo...» borbottò lui, afferrando dei vestiti a caso. «Che cosa...? Che cosa è successo al comò?» urlò Janine mentre un'allarmata Grace se la dava a gambe. Janine respirava velocemente e il suo sguardo pietrificato non presagiva nulla di buono. «Ehm... sai com'è, la sveglia...», cercò di dire qualcosa, ma le parole si persero mentre stava già correndo con gli abiti in una mano e un toast afferrato al volo nell'altra.
Sua madre aveva una crisi isterica e Jim si augurò che una volta tornato a casa si fosse ormai calmata. In verità era una donna buona e generosa, e anche tanto sensibile. I figli erano tutta la sua vita, e loro lo sapevano bene. Lei e suo marito erano persone affidabili, ma anche parecchio forti e orgogliose – per questo mascheravano spesso le loro debolezze. Intanto Jimmy sorrideva; trovava buffo il loro comportamento da spacconi e il fatto che avesse ereditato proprio quello dai suoi genitori. Barcollava per la strada come un ubriaco, a torso nudo e con la testa infilata in una maglietta gialla; i passanti, ovviamente bianchi e fasciati nei loro abiti eleganti e impeccabili, lo guardavano come se avesse avuto la peste. «Ehi! Jim!» Una voce familiare lo fermò. Rinunciò definitivamente a mettersi la maglietta e lasciò che i copiosi raggi del sole gli scaldassero la schiena, la nuca e si infiltrassero nei suoi capelli. «Ehilà, Mike». Michael era sorretto da una bella ragazza, e faceva un'evidente fatica a camminare. Jim gli corse incontro e mormorò: «Aspetta, lo aiuto io» sostituendosi alla giovinetta. «Allora, che ti è successo?» «Eh...» Michael tossì lievemente. «Niente di che. Sono stato qualche giorno in ospedale, ma adesso sono a posto». Jim inarcò un sopracciglio, pensieroso. «Ecco perché non ti presentavi a scuola... credevo la stessi marinando. Ad ogni modo, chi ti ha ridotto così?» «Il suo ragazzo», e con un cenno del capo indicò la silenziosa ragazza che camminava assieme a loro. Jim si voltò a guardarla. Ebbe un sussulto; era veramente bella. Lei, invece, non rispose né mostrò alcun tipo di espressione. Sembrava delusa, amareggiata da qualcosa. O forse era arrabbiata. Teneva il viso verso il basso ed era difficile capire cosa stesse provando. «Su con la vita, bella! Mike sta bene, non devi mica preoccuparti per lui. Preoccupati per il tuo ragazzo, che se lo incontro gliene dico quattro». Tentò di strapparle un sorriso. «Ehi, guarda che non è successo nulla...» sussurrò dolcemente Michael. «Non è per questo», fu la secca risposta. «Allora che hai?», s'intromise di nuovo Jimmy. Elise tacque. «Non voglio parlarne... ora». Alludeva a Jim. Quello non era né il posto né il momento adatto per raccontare le sue vergogne. Probabilmente Michael aveva capito, perché annuì e rimase anch'egli in silenzio. O forse non aveva capito nulla ma non sapeva cosa rispondere. Jimmy si sentiva di troppo, era a disagio. Tentò di spezzare quell'imbarazzante atmosfera. «Wao, finalmente siamo arrivati. Il colore giallo della scuola mi ricorda la pipì. Infatti stamattina ero così impegnato a scappare da quella pazza di mia madre che mi sono dimenticato di andare in bagno», ridacchiò, «mi aspettate, non è vero? Ci metto un attimo, e quel muretto mi sembra ottimo». Michael sorrise divertito. «Vai coglione, che non ti abbandoniamo mica», e poi aggiunse, urlandogli dietro «ma scordati che mi farò toccare da te!»
Jim non riusciva a seguire la lezione; piuttosto insolito, visto che lui era uno fra i primi della classe. Sebbene cercasse di distogliere l'attenzione sull'argomento di algebra i suoi pensieri tornavano sempre su un unico punto fisso: Elise. Il nome della bella signorina gliel'aveva detto Michael poco prima nello squallido bagno della scuola, dove ogni tanto i due perditempo s'incontravano per chiacchierare. Generalmente, parlando di una ragazza carina, si lasciava andare a commenti volgari; con Elise era stato diverso, ma Jim si era convinto che non l'aveva fatto solo perché gli sembrava che fosse un argomento delicato per Mike. Eppure col passare delle ore si accorgeva che soltanto sentire il suo nome gli faceva battere il cuore. Colpo di fulmine? Jim non ne era convinto. Per far innamorare lui non bastava una graziosa fanciulla perennemente triste. Finalmente la campanella salvatrice suonò e tutti si precipitarono verso la porta, quasi dimentichi delle loro borse. Jimmy si affrettò, ma non voleva tornare a casa; voleva aspettare Elise all'uscita, semplicemente per il gusto di vederla di nuovo. E se le avesse parlato? Escluse questa proposta, anche se gli sarebbe piaciuto; in fondo, cosa avrebbe potuto dirle? Molto probabilmente lei si era già scordata di lui. Rimase svariate ore davanti all'uscita. Ormai se n'erano andati tutti e di Elise neanche l'ombra. Deluso come non mai e certo che si trattasse di una cotta passeggera, si accinse a tornare a casa dalla madre, lo immaginava, ancora decisamente irritata.
Il sole picchiava forte sulla sua nuca ormai indebolita; Jimmy iniziò a pensare se fosse veramente normale che a metà Maggio facesse così caldo, in una piccola cittadina che forse neanche appariva nelle carte geografiche, poco distante dalla grande New York. Camminava lentamente, nel bel mezzo delle strade deserte. Si era allontanato dal centro e passeggiava in quelle zone di periferia dove di pomeriggio non c'era mai nessuno. Lui non era un gran pensatore, a dir la verità. Ma lo estasiavano quei posti così terribilmente assolati, privi anche solo della più infima ombra o del più misero albero, eppure ricchi di morbidi prati e rocce bianche, consapevole dell'aria non esattamente pulita e della pace che non sarebbe durata molto a lungo. Si sedette su una catasta di pietre levigate e sfiorò con la mano i fili leggeri dell'erba. Com'erano dolci le sue labbra. A Jim piaceva fantasticare su di lei, su come sarebbe stato bello mordicchiarle e assaporare ogni centimetro del suo corpo. I suoi capelli color albicocca avevano dei riflessi ramati alla luce del sole, e lui scommise che li avesse toccati sarebbero scivolati fra le sue dita come seta. Il suo profumo esotico richiamava quello del mughetto e del gelsomino, che conosceva così bene; e Jimmy si rivide nuovamente a Rio De Janeiro, nella sua terra, con la sua famiglia...
«Ehi barbone, svegliati!» Sentì un dolore lancinante alla testa e aprì gli occhi, annebbiato. Il sole non batteva più insistentemente sulla sua povera carne. Aveva assunto un colore aranciato macchiando dunque le strade malfatte e ghiaiose. La sua luce forte, però, filtrava attraverso una figura di fronte a lui. Jimmy si stropicciò le palpebre e mise a fuoco lo sconosciuto. Non gli sembrava di conoscerlo. «Mi senti, straccione?» «Sì... e potresti anche smetterla di affibbiarmi nomignoli insulsi, visto che non mi conosci neanche». «Stai dormendo in un luogo pubblico. Frequentato perlopiù da bambini». Con il capo accennò ad un gruppetto di piccini che lo guardavano spaventati. Jim avrebbe voluto scusarsi, dire che non c'era nulla di cui aver paura, ma il ragazzo gli afferrò un braccio e lo trascinò a forza con sé. Lo guardava stupito. A occhio e croce, si poteva dire che avesse la sua stessa età. Era alto, e aveva i capelli scuri come l'inchiostro. I suoi occhi azzurri non tradivano emozioni. Quando finalmente furono abbastanza lontani dal gruppo dei fanciulli l'estraneo tornò a rivolgergli la parola: «Sono stato io a tirarti la palla in testa». Jimmy si divincolò dalla sua stretta. «Ah, grazie mille», disse inacidito, e fece dietrofront deciso a tornare a casa. Ma questo gli si parò davanti, più determinato di lui. «È stato uno sbaglio. Scusami», disse serio, soppesando l'ultima parola quasi con forza. «Cosa sei, un barbone?» Jimmy fece una smorfia. «Faresti meglio a chiedere chi sei e non cosa», disse disgustato dalla tipica ignoranza della gente, «e no, non sono un barbone, sono un regolare cittadino civile che ti chiede gentilmente di farti da parte». «Io non mi muovo da qui. Come ti chiami?» «God. Sei della polizia o cosa? Mi chiamo Jimmy. Adesso levati». «Ti ho già visto in giro. Giochi a football, non è così?» Jim si stupì. Il discorso prendeva una piega interessante. «Sì, ma come fai...» «...nella squadra StCatherine Eagles?» «Sì, però...» «Ah, be'. Ti ho visto a scuola. Giochi bene». Tacque. Il ragazzo è un attento osservatore, si disse. «E tu, invece? Come ti chiami?» «Jackson. Russell, Jackson». Non gli porse la mano. Ma a Jimmy non servivano altri dettagli: aveva già sentito parlare di lui e delle sue eroiche imprese, ricordando con dolore lo sguardo perso e colmo di ammirazione di una sua fidanzata divenuta, ormai, ex. Lui era il più bello e il più affascinante della scuola; le ragazze lo seguivano ovunque e le sue storie amorose – terminate, ovviamente, dopo breve tempo – erano le più chiacchierate. Persino alcuni ragazzi facevano i leccapiedi con lui, magari cercando di entrare nella sua cerchia di amici. Il restante degli esemplari di sesso maschile era invidioso dalla testa ai piedi. Anche Jim lo era, ma sapeva che liquidare la faccenda con un «quelli che gli sbavano dietro sono finocchi» era più che sufficiente. Insomma... finocchi era una parola grossa. Non aveva mai avuto un rapporto con un omosessuale e non intendeva averlo. Il suo non era odio: sapeva che razza di vita erano costretti a fare, perché anche lui, per via del colore della sua pelle, ci era e ci stava passando. Tuttavia il fatto che due persone del medesimo sesso stessero assieme non riusciva proprio a mandarlo giù. «È un piacere conoscere il più popolare della scuola. Le femminucce del primo anno collezionano le tue foto nei loro diari, lo sapevi?» Lui annuì incurvando lievemente le labbra sottili all'insù, in un mezzo sorriso compiaciuto. «Comunque, » aggiunse Jim aggrottando le sopracciglia, «la storia che hai aggredito un tuo compagno di classe ha fatto il giro di tutto il mondo», ridacchiò poi. Il suo sorriso fiero, invece, si congelò. «Te ne stai lì a beffarti di me», disse con aria ferita e sprezzante, «mentre potresti prendere la palla che ti ho lanciato e farmi vedere quanto sei abile nello sport». Jim sorrise e gonfiò il petto con orgoglio. Jackson era elettrizzato e i suoi occhi s'illuminarono all'improvviso. «Non ne ho bisogno», disse infine. Tutta la superiorità che sfoggiava Russell sembrò sgonfiarsi come un palloncino. Soddisfatto delle sue parole, gli diede le spalle e riprese la via del ritorno verso la baracca che, da tanto tempo oramai, osava chiamare casa. Prima che potesse abbandonarsi nuovamente ai suoi dolci pensieri, sentì la familiare fitta alla testa e cadde a terra. Le palpebre iniziavano a chiudersi e udì ancora una volta la voce di Jackson. «Nessuno mi ha mai voltato le spalle». E poi, il buio. |